lunedì 9 marzo 2015

Che fretta c'era?

I'm not excited, but should I be?

Facciamo il punto. Marzo inizia ora e fa freschino. In casa si sta come ragni. Che bisogno c'era di un post primaverile prematuro? Che fretta c'era?!
Tanto la primavera, quella maledetta stagione, caotica e stucchevole, arriva di sicuro!
Un po' ci avete sperato nel link rassicurante a Loretta Goggi, vero? E invece nulla!

Beh, lo spirito del post è un po' un altro.

La primavera ogni anno mi prende in imboscata e non mi molla. È come una droga cattiva: in un primo momento una vaga sensazione di ebbrezza e poi un down di settimane. E dipendenza dura. Devo prepararmi. Devo resistere e non soccombere.
In primavera sono sempre stanco e inefficiente; in primavera è tutto uno spreco, tutto un buttar via preziosissime energie. In primavera ho sempre un po' di nausea.


Allora sento che è il momento di fare i conti con me stesso. Divento introspettivo e non può andare peggio di così!


Invece peggiora ancora, peggiora sempre: da introspettivo, passo ad essere esistenzialista.


Quindi mi sto preparando all'arrivo della primavera, ma no, non sono emozionato. Morirò legato ai binari e non mi importa granché. Le emozioni forti non sono per questa stagione. Questa stagione è softcore ed è maligna. Come cura il medico consiglia dosi massicce di indie rock, dal 21 marzo per almeno tre mesi.
L.

mercoledì 18 febbraio 2015

Tre cose zarre che Shila apprezzerebbe


In quanto a stile io e Shila siamo molto diverse, eppure cerchiamo di influenzarci a vicenda: lei sta cercando di convertirmi al nero, io sto cercando di convertirla ai colorini pastello, io la seduco con i miei vestitini retro, lei mi seduce col suo stile accademia di Bologna.
Ecco, questa foto di The Sartorialist riassume perfettamente tutto quello che Shila è riuscita a farmi piacere:
1 - Pellicciotto
2 - Colore improbabile per i capelli
3 - Piercing al naso, ma non ad una narice, ma fra le due (sì, non credevo mi sarebbe mai potuto piacere e invece...)

giovedì 12 febbraio 2015

Belle scoperte fatte a caso: Jamie Hawkesworth


Confesso di aver scoperto Jamie Hawkesworth grazie all'ultima campagna di Zara che è stata fatta da lui e non è niente male. La multinazionale spagnola ultimamente ce la sta mettendo tutta per costruirsi un'immagine più sofisticata. Oltre alle fotografie di moda mi piacciono molto i suoi lavori personali che trovate sul suo sito, dateci un occhio se vi incuriosisce come ha incuriosito me.








lunedì 9 febbraio 2015

Col piede giusto

Vorrei svegliarmi mattiniero, guerrigliero, ma leggero, ridere e spalancare la porta

Provo a partire col piede giusto, con delle good vibes, cioè con un po' di reggae.
E già devo aver sbagliato qualcosa: “Piede giusto una sega!” è il pensiero che segue immediatamente la prima frase. Infatti si sa che il reggae è ai primi posti nella classifica dei generi musicali più odiati (“Le canzoni sono tutte uguali!”). E poi, diciamocelo: lo stile del reggae non è per niente cool! Giacconi mimetici e bomber, dreadlocks sudici e teste rasate. Io personalmente ci sguazzo, ma per i più è un film dell'orrore.
Eppure il reggae ha ormai molti fan, una lunga e significativa storia alle spalle (direi sessanta anni, più o meno) e diversi pregi: ha fatto ballare e anche cantare tanta gente, sa essere leggero e potente, ha raccontato speranze di popoli interi. Sempre pervaso da un'allegria unica.
È partito dalla Giamaica, si è fermato in Inghilterra, per poi influenzare il panorama musicale globale. Via via è arrivato anche a Firenze, la mia città; mia e dell'illustre Madame Isabella, padrona del blog.

Andiamo un po' a razzolare in questa scena locale. In primis mi viene in mente il siciliano-ma-fiorentino-d'adozione Jaka. Lo conosciamo bene: sentiamo la sua selezione su Controradio, lo incontriamo alla Flog, con quel vocione e il baffetto.

È del Jaka il primo ascolto che voglio proporre. Dal suo ultimo album, il pezzo è “Frontline”, una collaborazione con Mistilla, la cantante degli Earth Beat Movement, un altro giovane (since 2012) progetto reggae fiorentino.


Ho ascoltato per la prima volta “Frontline” poche settimane fa e subito mi sono detto che su questo stile avevo già sentito qualcosa... Guerrieri dello stesso esercito, ma questa volta il reggimento è di stanza a Londra. Prendiamo quindi un aereo (low-cost, s'intende) e concediamoci una vacanza, ospiti della Regina Elisabetta. L'artista che ascoltiamo, tra un fish and chips e una partita dell'Arsenal, è Congo Natty (aka Rebel MC), con il suo pezzo del 2013: “Jah Warriors”.


Per concludere, riduciamo la componente elettronica, calmiamo l'aggressività, ma restiamo energici,   prendiamo il volo di ritorno per Firenze e chiudiamo (ciclicamente) con l'ultimo pezzo, da cui ho preso la citazione iniziale. “Ridere”, il Generale:


Il post di battesimo di questa rubrica è finito. Spero vi siate divertiti almeno un po'.
Alla prossima.
L.

domenica 8 febbraio 2015

S.P.D.C.


- "Ti è piaciuta la mostra?"
- "Non c'è male!"
- "Cosa ti è piaciuto?"
- "Le chitarre di Picasso dell'altra stanza, mi piacevano moltissimo i colori. Me li vorrei segnare per poi, non so, farci delle collane di perline, una combinazione di colori per un vestito estivo...qualcosa del genere" seriamente, non ho pudore con Lorenzo da quando ha scoperto la mia identità segreta di fashion blogger.
- "Non saprei, credo che renderebbero meglio su un maglione invernale piuttosto che su un vestito estivo... ma che cazzo sto dicendo, ma mi senti!"
- "Oh, sì un maglioncino d'angora!"

Volevo proporre per l'appunto una rubrica intitolata "colorini" che Lorenzo avrebbe potuto gestire a cadenza regolare, ma poi abbiamo preferito che si dedicasse a quello che gli riesce meglio: la musica.
Da lurker e quindi Senza Passare Dai Commenti (S.P.D.C.) a grande richiesta (mia) una nuova e vibrante rubrica di Lorenzo. A breve il suo primo articolo.

domenica 1 febbraio 2015

Memento mori, da oggi con il 20% di morbidezza in più


Aveva fotografato le tavole degli americani e i mostri che queste generavano: il prosciutto natalizio in crosta, le alette di pollo all'indiana con riso e piselli, mani di donna dalle unghie laccate che servivano fette di torta cosparse di glassa color confetto, fagioli alla messicana in zuppiere d'argento, salsiere traboccanti di salsa rosa accanto a centrotavola a forma di anatra in legno lucido, torte precotte e preconfezionate nei loro contenitori di plastica. Questo era il lavoro di Nickolas Muray, nato in Ungheria come Miklòs Mandl, fotografo dei colori e spadaccino di sciabola.
Aveva fatto sua un'arte tanto detestata dai Fotografi, sì quelli con la effe maiuscola. Loro erano gli artisti in bianco e nero, e lui era il tecnico della stampa a colori al carbone.
Eppure senza il colore tutti i ritratti della sua amata Frida forse avrebbero perso metà dell'anima dell'artista messicana che, come un suo quadro, doveva rimanere nel tempo sulla cellulosa opaca, con intrecciata fra i capelli la bougainville magenta e dietro la sua casa azzurra.

E ora che la guerra è finita, Nickolas mette in scena il nuovo dio dell'homo sapiens, la plastica, la multiforme e multicolore plastica, che come un totem pagano si innalza davanti a noi, vuota e perfetta. "Dovrà essere come una natura morta seicentesca" pensa Nickolas, i colori drammatici, il fondale scuro sul quale si staglierà il nuovo memento mori dell'uomo del ventesimo secolo, una sfilza di deodoranti e saponi pronti a lavare la nostra memoria e a lasciarla più morbida e profumata di prima. "E poi domenica andrò al club a tirare di sciabola" pensa Nickolas spegnendo i riflettori, lasciando lo studio in una nuvola pesante di borotalco.

Cinque anni dopo moriva nella palestra del suo club newyorkese durante un duello, non per mano d'uomo, ma perché il suo cuore non aveva retto, il fotografo e spadaccino Nickolas Muray, ungherese, ateo e maestro dei colori.


Un consiglio: domenica 8 Febbraio finisce la mostra di Nickolas Muray al Palazzo Ducale a Genova, quindi se siete in zona o volete fare una fuga il weekend dategli un occhio, potrete vedere i coloratissimi ritratti di stelle di Hollywood e di grandi artisti come Frida Kahlo.